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Anora mele marce?

Sali su un aereo, ti siedi, apri il giornale e ti prepari a trascorrere tranquillamente quel paio d’ore di volo che ti attendono. Poi per caso giri la testa e ti accorgi che qualche fila più indietro due passeggeri sono legati come dei salami. Sarà normale ti chiedi? No, non lo è. E quindi si va a chiedere conto del fatto agli “accompagnatori” dei suddetti pacchi umani. I quali accompagnatori trovano invece estremamente normale, addirittura di routine, una procedura del genere.

E’ ciò che è capitato a F. Sparandeo, autore di queste foto, mentre si imbarcava su un volo Alitalia per la Tunisia. Il tutto si è svolto naturalmente nella totale indifferenza dell’ equipaggio e della maggior parte dei passeggeri. Ci saranno abituati? Non dovrebbero.

Le autorità naturalmente, interrogate sull’avvenimento, si sono mostrate come al solito scioccate, indignate e stupite; hanno promesso di compiere accertamenti e di prendere immediati provvedimenti… insomma la solita tiritera. C’è da scommetterci che anche stavolta ci propineranno la vecchia storia dell’”episodio isolato” e delle “rare mele marce”. Sì, rare come la sabbia su una spiaggia.

Sono sempre loro, le mele marce. Quelli che hanno massacrato alla Diaz (altro tema di scottante attualità in questi giorni), quelli che hanno torturato a Bolzaneto, quelli che giorno dopo giorno picchiano, stuprano, maltrattano, spingono al suicidio. Mele marce, e ci se ne lava le mani: semplice.

Forse, se così tanti frutti sono appassiti, è l’albero che ha qualche problema. E gli alberi malati, tarlati, mezzi marci prima o poi crollano di solito. Magari gli si può dare una spinta, un buon colpo d’ascia nel punto giusto, e liberare lo spazio per una nuova, sana pianta.

 

Flox

TAV: promossa solo la Milano – Roma

 

Ecco un articolo di Andrea Malan comparso sul Sole 24 Ore.

A poco più di sei anni dall’inaugurazione della prima tratta ferroviaria ad alta velocità – la Roma-Napoli – arriva un primo tentativo di valutazione economica a posteriori del complesso di investimenti degli ultimi 20 anni sulle linee Av. Lo studio di Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, del Politecnico di Milano («An early evaluation of italian high-speed projects») dà una prima valutazione ex post dei progetti realizzati, sottolineandone «i successi e le potenzialità ancora inespresse – dicono gli autori – ma anche le significative criticità». Un tentativo importante visto che «l’investimento nella rete Av, interamente a carico dello Stato, è stato affrontato sulla base di valutazioni estremamente deboli e senza stime pubbliche e dettagliate della domanda attesa».
Lo studio analizza in primo luogo offerta e domanda dei servizi Av: la prima è rappresentata dai servizi di Trenitalia (le varie Frecce); la domanda viene stimata sui dati disponibili forniti dalla stessa Trenitalia (su base aggregata), applicando poi a questi un modello “gravitazionale” (basato principalmente sulle popolazioni dei centri toccati) per ripartirli fra le varie tratte. Per un’analisi costi/benefici vengono poi esaminati i costi di costruzione e di gestione, meno il valore finale atteso dell’infrastruttura; i guadagni sono dati dai minori tempi di collegamento e dal risparmio sui costi operativi delle linee tradizionali. Tra i benefici indiretti (non considerati nella valutazione costi/benefici) gli autori citano il possibile spostamento di utenza da altri mezzi di trasporto al treno e la maggiore disponibilità di tracce per altri tipi di servizi sulle vecchie linee, anche se per questo ultimo aspetto «i maggiori problemi di capacità sono nei nodi urbani, e le linee Av non li hanno risolti».
Vediamo i saldi stimati tra costi e benefici: nel caso migliore – quello della Milano-Bologna – la domanda necessaria a giustificare l’investimento sarebbe di 8,9 milioni di passeggeri l’anno, contro una stima degli autori della domanda 2010 tra 5,9 e 7,2 milioni; nel caso peggiore, quello della Milano-Torino, per pareggiare i conti servirebbero 14,2 milioni di passeggeri a fronte degli 1,2-1,5 stimati per il 2010.
La conclusione degli autori è che «i risparmi di costo e di tempi di trasporto non giustificano l’investimento per nessuna delle tratte considerate (Torino-Milano, Milano-Bologna, Bologna-Firenze e Roma-Napoli) tranne, nel caso più ottimistico, la Milano-Bologna». Questa tratta e la Bologna-Firenze, secondo gli autori, «potrebbero raggiungere un saldo positivo considerando i benefici economici indiretti». Di conseguenza – e tenendo conto anche della tratta preesistente Firenze-Roma – non è complessivamente negativo il giudizio sull’intera tratta Milano-Roma. Il saldo sembra invece «negativo» per la Roma-Napoli e «molto negativo» per la Milano-Torino.
Per quanto riguarda quest’ultima linea, gli autori ipotizzano che (costi di costruzione a parte) la linea avrebbe potuto essere più sfruttata se costruita con standard non-Av, ovvero quelli simili alla “vecchia” direttissima Roma-Firenze, permettendo anche un utilizzo per servizi intermedi fra le due città. Tra Roma e Napoli invece pesa secondo Beria e Grimaldi l’estensione delle due metropoli, che per le relazioni tra due punti qualsiasi delle due aree urbane vanifica in parte i guadagni di tempo ottenuti con l’Av. Il debutto dell’operatore privato Ntv, previsto per quest’anno, aumenterà l’offerta e potrebbe avere un effetto positivo anche sulla domanda.
Lo studio si conclude con una valutazione – con la stessa metodologia – delle future estensioni della rete Av. Gli autori ricordano che il programma delle infrastrutture strategiche «non fa alcun riferimento alla domanda attuale o prevista e manca di considerazioni costi/benefici».
Le linee considerate sono Treviglio-Padova (parte della Milano-Venezia), tunnel del Brennero, Torino-Lione, Terzo valico dei Giovi, Napoli-Bari e Venezia-Trieste. «Per tutte le linee – scrivono Beria e Grimaldi – sono previsti pesanti incrementi della domanda, spesso pari al raddoppio del traffico passeggeri e il quintuplicamento del traffico merci. Presi non loro complesso, questi trend appaiono molto ottimistici e in contrasto con la stabilità degli andamenti pre-crisi».
La linea Napoli-Bari appare debole da ogni punto di vista: pochi passeggeri, poche merci, risparmi di tempo limitati; gli autori suggeriscono che un raddoppio e modernizzazione della linea attuale sia più appropriato.
Il tunnel Torino-Lione è quello per cui le previsioni sono più ottimistiche: «Difficile da giustificare, dato il calo continuo dei traffici negli ultimi 10 anni». «Se il nostro vicino fosse stata la Gran Bretagna e non la Francia – dice Beria – il nuovo tunnel non verrebbe mai fatto» poiché gli inglesi sono molto più attenti all’analisi dei costi e benefici dei progetti. La domanda attesa è «realisticamente elevata» per la Milano-Venezia, ma attenzione, ricordano gli autori: «Traendo lezione dagli errori commessi per la Milano-Torino, la Milano-Venezia dovrebbe essere costruita con maggiore attenzione ai collegamenti a medio raggio, con un modello tedesco o svizzero, senza necessariamente puntare alla massima velocità».

Due pesi e due misure

Si sa, ormai l’informazione uccide più di una pistola. E di conseguenza l’informazione viene usata come arma, forse la più pericolosa, contro coloro che non si piegano, che in qualche modo continuano a lottare per ciò in cui credono. Purtroppo però i fatti, che se ne dia notizia o meno, accadono ugualmente. Diventa quindi fondamentale dare il giusto risalto ad alcune notizie, ampiamente commentate da qualunque politico che abbia voglia di far prendere aria ai denti e riprese da qualsiasi giornale e televisione. E poi ci sono le alatre notizie, quelle che è meglio far passare sotto silenzio, che bisogna andare a scovarsi nascoste da qualche parte sulla rete perchè dal mainstream, non si sa perchè, spariscono. E quindi abbiamo due pesi e due misure: ne abbiamo un esempio lampante in questi giorni in Valsusa.

Video CorriereTV: NoTav vs carabiniere

In questo video abbiamo l’eroico carabiniere che non risponde alle insultanti (??) provocazioni del NoTav brutto e cattivo e stoicamente resiste sotto la grandine di maleparole (massimo insulto: pecorella) senza reagire. E ci credo, era davanti a una telecamera! Volevate che lo manganellasse  in diretta? Altro esempio: dei NoTav hanno osato allonatare dei (presunti) giornalisti accusandoli di essere sbirri: perchè voi, se uno scende da un pick up col lampeggiante, cosa pensate? Che sia un giornalista? Ma per favore! Queste due notizie sono state ampiamente riportate e commentate: il carabiniere è stato coperto di lodi per la sua presunta professionalità, il maleducato NoTav denigrato e praticamente vivisezionato, il movimento nel complesso tacciato di illiberalità per aver allonatanato i famosi giornalisti. Bene. Passiamo alla seconda misura.

YouReporter.it : giornalisti vs polizia

Di questo invece non si dice nulla, non ne troverete la minima traccia nel mainstream. Perchè se è la polizia ad allonatanare in malo modo dei giornalisti (si vedono benissimo gli spintoni), è come se non fosse successo nulla: la notizia cade nell’oblio immediato.

3 luglio 2011 – Simonetta Zandiri

Infine, naturalmente, anche di questo non si dice nulla. Se una manifestante cerca di discutere civilmente con i poliziotti e questi o non rispondono (cosa tanto apprezzata negli ultimi giorni ma che, vi assicuro, manda in bestia qualunque manifestante) o le tirano un sasso in testa, allora non è successo nulla. A casa mia comportarsi in questo modo vuol dire agire da infami, evidentemente nelle alte sfere italiane non è così. Come dicevo, due pesi e due misure.

Flox

Abbattere una baita

Valsusa. Ancora una volta la lotta NoTav si riaccende. Lo stato cerca di espandere  la sua zona di occupazione e la valle resiste. Come sempre. Da una parte si vuole espandere il non-cantiere, dall’altra si vuole restae sulle proprie montagne. Non è una questione di ordine pubblico ormai, è una questione di attacco e difesa, di occupazione militare di un territorio. E dell’occupazione militare si seguono le procedure. Prima regola: togliere punti di riferimento  e riparo al nemico. E questo le forze dell’ “ordine” italiane stanno facendo in queste ore: proprio in questi momenti le ruspe stanno abbattendo la Baita Clarea, da mesi base avanzata e, soprattutto, casa del movimento NoTav.

Distruggere una baita è per me un’azione particolarmente grave, al limite del sacrilego. Per chi è amante della montagna la baita riveste un ruolo quasi sacrale. E’ la meta dove trovare un pasto caldo dopo aver camminato per ore nella neve, è il rifugio dove ripararsi dalle raffiche di vento gelido, è l’ancora di salvezza nel caso ci si perda. E’ un luogo dove incontrare compagni di scalate, dove scambiarsi informazioni sui percorsi, dove ascoltare i racconti di vecchi montanari. E’ uno spazio dove non esistono più differenze di età, convinzioni, ceto o che altro: si è compagni, uniti dalla sfida alla montagna e alla natura. Distruggere una baita vuol dire distruggere tutto questo, vuol dire cercare di cancellare valori di solidarietà umana che raramente si vedono. Immagino che gli sbirri non abbiano mai visto spuntare il tetto di una baita dietro l’ultimo costone, che non abbiano mai avvistato il fumo del camino oltre l’ultima cresta. Altrimenti non lo farebbero. Dalle mie parti nel 1944 i nazi-fascisti incendiarono tutte le baite e i bivacchi sulle montagne per sloggiarne i partigiani. Ciò che lo stato italiano sta facendo in Valsusa non è poi molto diverso. Nel 1944 i partigiani si ritirarono ma poi tornarono e, come sappiamo, restarono. Ciò che succedrà in Valsusa non sarà molto diverso, mi auguro.

Ora e sempre NoTav!

Solidarietà per Luca!

Flox

Aggiornamento: vengo ora a sapere che la notizia dell’abbattimento della baita era un errore. I compagni NoTav sono anora barricati all’interno. Resta tuttavia valido ciò che ho scritto

Per seguire in diretta gli sviluppi, alcuni link:

radio blackout

Infoaut

notav.eu

L’uomo che brucia

Pubblico un bellissimo articolo comparso su Carmilla on line, un ulteriore contributo al dibattito sui metodi di lotta nato dal 15 ottobre. Buona lettura

Riceviamo e pubblichiamo un’altra lettera inviata ai ragazzi del movimento da un personaggio che, sebbene molto noto a livello mediatico, per motivi di sicurezza personale preferisce rimanere anonimo, firmandosi solo con un nick: ”Cancer Man”.

Cari ragazzi, so che in questi giorni v’è arrivato un sacco di spam e di phishing. Permettete che invece io vi scriva qualcosa che potrebbe esservi utile. V’è già stato detto che bruciare e distruggere vi porterà al fallimento. In realtà, state facendo la cosa giusta, ma la state facendo nel modo sbagliato.
Cercherò di spiegarmi meglio con qualche esempio pratico. Durante la vostra manifestazione sono stati bruciati alcuni oggetti, e dopo pochi giorni contro di voi si stanno già preparando nuove leggi speciali. Ai responsabili del rogo della fabbrica Thyssen Krupp, nel quale morirono bruciati sette operai, dopo tre anni si sta appena cominciando ad applicare le vecchie leggi normali.
Per quegli oggetti bruciati, avete già subito un’infinita sequela di violente condanne morali, sociali e politiche. I responsabili della strage ferroviaria di Viareggio, nella quale morirono bruciate trentadue persone, non ne hanno ancora subita nemmeno una penale. Uno di loro è stato anche nominato cavaliere, titolo particolarmente significativo nel vostro paese.

I responsabili del bombardamento di Gaza, nel quale morirono bruciate centinaia di persone – fra cui molti bambini – hanno ricevuto la solidarietà e l’apprezzamento di coloro i quali oggi vi chiamano terroristi e vigliacchi.
I responsabili del bombardamento di Falluja, nel quale morirono bruciate migliaia di persone, continuano a governare il mondo.
Quindi cari studenti, ecco la prima lezione che la Storia ci impartisce: agli oggetti viene attribuito molto più valore che alle persone.
Se bruciate un senzatetto, magari immigrato, riuscirete a farla passare per una ragazzata, guadagnerete interviste in Tv e amici su Facebook, se bruciate un bancomat vi accuseranno di terrorismo, e il governo pretenderà la vostra testa per direttissima, a costo di far arrestare anche i magistrati se non si sbrigano a condannarvi.
Dalla prima lezione ne discende un’altra, di cui forse avrete già sentito parlare: il valore attribuito alle persone è inversamente proporzionale al loro numero.
La scena pubblica risuona dello strepito degli auto-proclamati difensori della vita, capaci di battersi strenuamente per decenni, pur d’impedire che l’ultima inutile scintilla di elettricità venga pietosamente spenta in un singolo corpo semi morto, mentre il costante brutale sterminio di intere popolazioni rimane solo un trascurato rumore di fondo.
Corollario: come l’etica pubblica e l’estetica dominante dimostrano, quanto più un essere umano si avvicina allo status di oggetto inanimato, tanto più cresce il valore che gli viene attribuito.
Anche la prossima lezione si presta a essere illustrata con un esempio pratico: gli oggetti che avete bruciato avevano molte parti in plastica. Ricordate quel fumo nero, così denso e acre? Come quello emanato dai roghi di spazzatura, conteneva una significativa percentuale di diossina, che voi avete respirato, insieme ai copiosi lacrimogeni gentilmente offerti dalle Forze dell’Ordine. Non dico certo questo per equiparare i blindati della polizia ai rifiuti tossici, ma per ricordarvi che voi eravate lì, a subire le conseguenze delle vostre azioni, e questo non è professionale.
I dirigenti della Union Carbide erano forse a Bhopal, a respirare i miasmi mortali della loro stessa fabbrica? I dirigenti della British Petroleum sguazzavano nel golfo del Messico durante la marea nera che ne ha devastato l’ecosistema? Ovviamente no. Com’è ovvio che i responsabili delle alte percentuali di arsenico nell’acqua di Roma non la stiano bevendo.
Terza lezione: mai subire le conseguenze delle proprie azioni. Nel vostro paese, l’Italia, avete un ottimo esempio: il vostro attuale premier non si ferma davanti a niente pur di evitarle, e ci riesce brillantemente.
Cari ragazzi, bruciare e distruggere può essere un’attività estremamente redditizia, se saputa esercitare professionalmente, su vasta scala, e con l’adeguata premeditazione.
Sfasciare un bancomat farà di voi un teppista, sfasciare un sistema bancario farà di voi un finanziere, sfasciare un sistema economico farà di voi un ministro dell’Economia e delle Finanze.
Sarete fra le persone che decidono il valore commerciale delle altre persone, che infliggono le condanne, morali, politiche, sociali, penali, e mai le subiscono. Le ruspe statali spazzeranno la neve al vostro passaggio, e la ri-spargeranno dietro di voi, affinché nessuno osi seguirvi sulla vostra corsia preferenziale.
Infine, sfasciare tutto l’ecosistema planetario vi farà ascendere all’Olimpo di chi può usare interi paesi come ciocchi per il suo caminetto, come diavolina per il suo barbeque.
Io ci sono stato. Ci si mangia da dio.
E non è vietato fumare.

Piazza Fontana: 42 anni e non è finita

12 dicembre 1969
un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.
Nei giorni successivialla  alla strage, nonostante le prime indagini dei carabinieri di via della Moscova erano orientate verso l’eversione nera di destra, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra.Ordini “dall’alto” impongono di privilegiare la pista anarchica; l’unica voce fuori dal coro è quella di Indro Montanelli che dichiara l’estraneità degli anarchici alla strage, perchè le modalità sono espressamente terroristiche e quindi lontane dalla prassi anarchica.
Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.

15 dicembre 1969,
tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario calabresi, che non si trovava nella stanza ,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché “il fatto non sussiste”.
Intanto gli inquirenti continuano a seguire la pista anarchica.
16 dicembre 1969
Viene arrestato Pietro Valpreda appartenente al gruppo 22 Marzo, il quale viene accusato di essere l’esecutore materiale della strage. La conferma di tali accuse è data da un tassista, Cornelio Rolandi , che racconta di aver portato Valpreda il 12 dicembre sul luogo della strage e da Mario Merlino anch’egli militante nel gruppo 22 marzo, che però si scoprirà poi essere un neofascista infiltrato dai servizi segreti.
Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici, si scopre che le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti di eversione nera.
I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Freda nasce ad Avellino e vive a Padova dove milita nella gioventù missina alle superiori e nel Fuan all’università. Abbandonerà poi l’Msi per aderire all’organizzazione Ordine Nuovo guidata da Pino Rauti. Grande ammiratore di Hitler ed Himmler è convinto sostenitore della supremazia della razza ariana. Ventura nasce a Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista. Adesso la pista che si segue è quella nera, e l’indagine coinvolge nuovi personaggi come Guido Giannettini appartenente al Sid esperto e studioso di tecniche militari. Il suo nome viene coinvolto nelle indagini dopo le dichiarazioni di Lorenzon, un professore di Treviso amico di Giovanni Ventura, il quale riferisce al giudice Calogero alcune confidenze fattegli da Ventura circa gli attentati dinamitardi avvenuti i quel periodo. Lorenzon prende questa iniziativa il 15 dicembre ‘69, giorno in cui si reca dall’avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove stende un memoriale che poi verrà consegnato alla magistratura. Valpreda si trova ancora in carcere quando nel 1971, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69. I magistrati scoprono inoltre che il gruppo neofascista si riuniva presso una sala dell’Università di Padova messa a disposizione dal custode Marco Pozzan, anch’egli esponente di Ordine Nuovo e fidato collaboratore di Franco Freda.
23 febbraio 1972
inizia a Roma il primo processo per la strage, che vede come principali imputati Valpreda e Merlino. Il processo verrà poi trasferito a Milano per incompetenza territoriale ed infine a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.
3 marzo 1972
Freda e Ventura vengono arrestati e con loro finisce in manette anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, su mandato del procuratore di Treviso, con l’accusa di ricostituzione del partito fascista, e perchè implicato negli attentati del’69 e nella strage di piazza Fontana. L’inchiesta è in mano ai magistrati milanesi D’ambrosio e Alessandrini, i quali decidono di rimettere in libertà Pino Rauti senza far cadere i capi d’accusa, per evitare che se Rauti fosse eletto deputato i fascicoli passassero ad una commissione parlamentare. Dalle indagini emerge sempre più chiaramente un collegamento fra Servizi segreti e movimenti di estrema destra. È infatti alla fine del 1972 che uomini del Sid intercettano il Pozzan , latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e dopo averlo sottoposto ad un interrogatorio ed avergli fornito un passaporto falso lo hanno fatto espatriare in Spagna. Il Sid interviene anche per Ventura all’inizio del 1972, quando questi, detenuto nel carcere di Monza, sembra voler cedere e rivelare alcune informazioni sulla strategia della tensione, gli viene fatta avere una chiave per aprire la cella e delle bombolette di gas narcotizzante per neutralizzare le guardie di custodia permettendogli la fuga. Siamo adesso alla volta di Giannettini, il quale, legato al Sid da un rapporto di collaborazione, dopo essere stato sospettato di coinvolgimento nella strage, viene indotto ad espatriare in Francia dove continuerà ad essere stipendiato dal Servizio.
20 ottobre 1972
Tre avvisi a procedere , per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli interni, al questore di Roma Bonaventura Provenza e al capo dell’ufficio politico della questura di Milano Antonino Allegra.
29 dicembre 1972
Torna libero Pietro Valpreda. Viene infatti approvata una legge che prevede la possibilità di accordare la libertà provvisoria anche per i reati in cui è obbligatorio il mandato di cattura.
18 marzo del 1974
Il processo riprende a Catanzaro il ma dopo trenta giorni ci sarà una nuova interruzione per il coinvolgimenti di due nuovi imputati: Freda e Ventura.
Catanzaro, 27 gennaio 1975
Al terzo processo sono imputati sia gli anarchici che i neofascisti. Anche questo procedimento viene interrotto, dopo un anno, per l’incriminazione di Giannettini
Catanzaro, 18 gennaio 1977
Gli imputati sono: neofascisti, Sid e anarchici.
La sentenza: ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, assolti Valpreda e Merlino.
Gli imputati condannati con la prima sentenza verranno poi assolti tutti in appello, ma la Cassazione annullerà la sentenza proscioglierà Giannettini e ordinerà un nuovo processo.
Catanzaro, 13 dicembre 1984
inizia il quinto processo che vede come imputati Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Tutti assolti. La sentenza è confermata dalla Cassazione.
Catanzaro, 26 ottobre 1987
Al sesto processo gli imputati sono i neofascisti Fachini e Delle Chiaie.
20 febbraio 1989
gli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto
1990
le indagini riaperte dal Pubblico Ministero Salvini subiscono una svolta decisiva. Delfo Zorzi, capo operativo della cellula veneta di ordine Nuovo, per sua stessa ammissione, è l’esecutore materiale della strage. Zorzi dopo l’attentato riparò in Giappone dove tuttora vive protetto dal governo Nipponico che ha sempre rifiutato di concedere l’estradizione del neofascista.
5 luglio 1991
la sentenza di assoluzione per fachini e Delle Chiaie viene confermata dalla Corte d’assise d’appello di Catanzaro.

11 aprile 1995, a conclusione di quattro anni di indagini svolte sull’ attivita’ di gruppi eversivi dell’ estrema destra a Milano, un’ inchiesta parallela a quella sulla strage di Piazza Fontana, il giudice istruttore Guido Salvini rinvia a giudizio Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Carlo Digilio e Ettore Malcangi e trasmette a Roma gli atti riguardanti Licio Gelli per il reato di cospirazione politica per il quale, comunque, non si potra’ procedere perche’ il gran maestro della Loggia P2 non ha avuto l’ estradizione dalla Svizzera per questo reato.

17 maggio 1995: arrestato l’ ex agente della Cia Sergio Minetto.

10 novembre 1995: Il tg di Videomusic dice che il giudice Salvini ‘si e’ formato l’ opinione’ che l’ autore della strage sarebbe Delfo Zorzi. Il giudice protesta per la fuga di notizie.

23 luglio 1996: arrestati Roberto Raho, Pietro Andreatta, Piercarlo Montagner e Stefano Tringali, accusati di favoreggiamento personale aggravato.

14 giugno 1997: il gip Clementina Forleo emette due ordini di custodia, uno per Carlo Maria Maggi, l’altro, non eseguito, nei confronti di Delfo Zorzi, da vari anni imprenditore in Giappone.

21 maggio 1998: La Procura di Milano chiude l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (21 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura) e deposita la richiesta di rinvio a giudizio per otto persone, tra cui: Carlo Maggi, il medico veneziano a capo di Ordine Nuovo nel Triveneto nel 1969; Delfo Zorgi, neofascista di Mestre oggi miliardario in Giappone; Giancarlo Rognoni, milanese, allora a capo della ‘?Fenice”; Carlo Digilio, esperto di armi e esplosivi in contatto anche con i servizi segreti, che e’ l’unico ‘pentito’ dell’inchiesta; e i due ex appartenenti ad Ordine Nuovo Andreatta e Motagner, accusati di favoreggiamento. I magistrati della procura milanese hanno tenuto aperto uno ‘stralcio’ riguardante Dario Zagolin, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato in contatto con Licio Gelli, presunto stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni, e un altro riguardante la ‘squadra 54′, un nucleo speciale di quattro poliziotti dell’ Ufficio Affari riservati del Viminale, spediti a Milano nei giorni dell’attentato di Piazza Fontana.

13 aprile 1999: con una serie di eccezioni preliminari comincia l’udienza preliminare del processo d’appello.

8 giugno 1999: il gip Clementina Forleo rinvia a giudizio l’imprenditore Delfo Zorzi, latitante in Giappone, il medico Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, presunti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e Stefano Tringali con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

16 febbraio 2000: comincia in seconda sezione della Corte d’ Assise di Milano il nuovo processo, ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli avvocati.

1 luglio 2001: la Corte di Assise di Milano condanna all’ ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d’armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.

19 gennaio 2002. Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.

6 luglio 2002. Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.

16 ottobre 2003. A Milano comincia il processo presso la Corte d’assise d’appello.

22 gennaio 2004. Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.

12 marzo 2004. La Corte d’assise d’appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.

21 aprile 2005. Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l’assoluzione disposta dalla Corte d’assise d’appello.

3 maggio 2005. La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

Da USI-AIT.org

Val di Susa – 8 dicembre

Va bene schierarsi contro un movimento. Va bene oscurare certe notizie e dar risalto ad altre. Va bene dimenticare qualunque argomento tecnico e scientifico. Va bene giocare un po’ liberamente con le cifre, tanto non sono mai le stesse. Va bene anche distorcere un po’ la realtà a proprio favore. Ma prendere per il culo no, eh! E invece proprio questo ha fatto a mio parere Repubblica in un articolo riportato oggi in prima pagina. Gli autori, tali Paolo Griseri e Diego Longhin, danno inizio al loro capolovoro di giornalismo descrivendo un’anziana signora, “la signora Rosanna”, che nonostante l’età ha deciso di unirsi alla protesta e sfida precipizi, idranti e sbirri per difendere la sua valle e la libertà. Ora, io esprimerei ammirazione per questa donna, che mi appare fiera e libere. I giornalisti invece chiudono l’introduzione con “la signora Rosanna è una foglia di fico”. Già questo ripetere tutto il tempo “la signora Rosanna” (tre volte in poche righe) mi sa di presa per i fondelli. Si fermassero qui! Ma no, devono ancora descrivere la giornata: e così come sempre si suggerisce la presenza di leader che comandano a bacchetta masse impecorite, si accenna a misteriosi dissensi interni al movimento (divide et impera, si diceva un tempo), si mette in dubbio qualsiasi appoggio esterno per dare un’idea di isolamento, si lascia aleggiare un presunto disappunto/delusione tra i manifestanti (io dalle testimonianze dirette non ne ho notato). Purtroppo nemmeno Repubblice può chiudere completamente gli occhi e quindi, bene o male, del ragazzo semi accecato da un lacrimogeno o del cameraman di RAI3 ferito da un sasso di provenienza sbirresca devono parlare. Il bello è che in prima pagina, di fianco alla foto del solito amatissimo black bloc, compare un altro articolo: “Pendolari, i treni della vergogna”. Probabilmente i redattori non se ne sono accorti ma è, come dire… comico vedere affiancati un evidente spreco ferroviario e un servizio fondamentale a cui qualche finanziamento non farebbe male. Interessante anche l’ormai tradizionale cronaca in diretta dal “fronte”: i lacrimogeni diventano fumogeni, le fughe della polizia diventano saggi ripiegamenti, le rette tracciate dai lacrimogeni sparati ad altezza uomo (come si vede dai filmati) diventano parabole, le assemblee si trasformano in comizi, gli incendi scoppiano da soli (non per i lacrimogeni naturalmente)… Insomma il solito schifo. Un tempo apprezzavo Repubblica; dopo le su campagne contro i NoTav ho dovuto rivedere le mie posizioni.

Tra l’altro tutto questo spiegamento di abilità giornalistica viene attuato proprio nel giorno in cui persino La Stampa, notoriamente pro Tav, si dimostra obiettiva in un articolo di Niccolò Zancan. Memorabile servizio invece è quello del TG3 che, presumibilmente imbestialito dal ferimento del proprio cameraman da parte di un poliziotto, mostra impietoso lacrimogeni sparati in testa alla gente, feriti sanguinanti, assemblee partecipate, tranquille e molto pacifiche, black bloc brizzolati e sorridenti, incendi polizieschi che i NoTav cercano di spegnere… Per una volta un servizio obiettivo e sincero: così si fa giornalismo! Grazie!

Qualche link: servizio TG3 , la baita dopo il passaggio delle forze dell’ordine

Flox

Lettera ad un innocente

Μῆνιν ἄειδε θεὰ…

Alexandros,

sono tre anni che sei morto. Tre anni e un giorno. Sembra che sia passato un secolo od un secondo, e invece sono tre anni: tre anni di lotte, di morti, di dolore e rabbia… forse i tre anni più intensi della mia vita. Sei stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la scintilla che ha scatenato l’insurrezione popolare; non una stupida rivoluzione ma una sana, spontanea insurrezione. Da lì in poi è andato tutto a rotoli. La polizia ha represso sempre più duramente, l’Europa ha imposto, e continua ad imporre, tagli insostenibili e tanti altri sono caduti nella lotta. Qualcuno è morto bene, per quanto sia possibile morire “bene”, come Lampros: faccia a faccia col nemico, con una pistola in mano. Qualcuno si è dato fuoco per la disperazione. Qualcuno è morto come un topo, soffocato dal fumo, tragicamente ucciso dalla sventatezza dei compagni di lotta: Paraskeui, Aggeliki, Epameinondas.

Avevi 15 anni, cazzo. Dio santo, eri, saresti, più piccolo di me. Come diavolo si fa a morire a 15 anni? Come si fa a guardare in faccia il proiettile che sta per ammazzarti? E poi, nemmeno te lo aspettavi probabilmente. Eri lì tranquillo a parlare con gli amici, spuntano fuori i due attaccabrighe in divisa di turno e, vai a capire perchè, uno ti spara. Con calma: tira fuori la pistola. Mira. Il braccio si irrigidisce, i tendini si contraggono. L’indice si piega, il meccanismo scatta. Due colpi. Quello si gira e se ne va, tranquillo, come se avesse appena fatto una multa. E tu rimani a terra con la maglietta che si inzuppa di sangue. Cristo, come si fa a morire così? Qualcuno ti ha paragonato a Carlo, ma lui almeno stava combattendo: in un certo senso la sua morte è più comprensibile. Ma tu… ti sei affacciato all’Ade come un agnello sacrificale, puro e innocente. Non che ciò ti consoli, immagino. Non deve essere divertente tirare le cuoia così presto. No, non credo.

Sappi che non ti abbiamo dimenticato: i difensori del sistema ricorderanno ancora per molto tempo il tuo nome con terrore. La Grecia è stata messa a ferro e fuoco in tuo nome, tanti in Europa si sono gettati nella lotta pensando a te. Certo, non abbiamo ancora vinto, anzi. La repressione non dorme e le lotte interne al movimento sono sempre più pericolose, da noi come in Grecia. Ma non ci arrenderemo. Non per vendicarti, ma per ricordarti, perchè nessun quindicenne debba più trovarsi steso sull’asfalto a chiedersi perchè mai gli abbiano sparato.

Un abbraccio ribelle,

Flox

MSI – Partito Nazionalista: fascisti?

Da parecchio tempo il signor Gaetano Saya, fondatore dell’ MSI e del Partito Nazionalista del Popolo Italiano, va ripetendo ad ogni intervistatore di non essere fascista. Ora, appartenendo costui ad un partito che da sempre si dichiara erede del fascismo, il dubbio che invece lo sia sorge spontaneo. Per chiarirmi definitivamente le idee ho dunque deciso di imbarcarmi nella lettura dell’estremamente interessante, ed altrettanto delirante, Programma per la liberazione dell’Italia (già il nome…). Ebbene, giunto alla fine della lettura ho riconosciuto che effettivamente le tracce di fascismo, se non altro nel senso storicamente più puro del termine, sono alquanto sbiadite. Eppure mi sembrava di aver già letto da qualche parte quelle affermazioni, mi suonavano familiari… cerca e ricerca, eccole! E’ il Programma del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, steso da un tal Hitler nel febbraio 1920. Bene, si saranno ispirati in parte, mi dicevo: dunque rileggiamocelo! E lì, riga dopo riga, lo stupore aumentava: non si sono ispirati, l’hanno copiato parola per parola! Per chi volesse controllare personalmente ecco i link:

Programma per la liberazione dell’Italia

Programma del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi

Ma bene, dunque esaminiamo i vari punti. Gli articoli 1 3 4 5 6 7 9 10 11 13 16 17 18 19 20 22 23a 25 sono stati copiati parola per parola, cambiando soltanto Germania con Italia e via dicendo.Nel punto 2, riferito per entrambi alla politica estera, è stata sostituita la richiesta di revisione di Versailles (forse un tantino anacronistica) con quella di uscita dalla UE. L’8 richiede l’espulsione degli stranieri come quello nazista, tuttavia non capisco perche il ’77 sia la data discriminante per l’immigrazione. Nel punto 14 Saya chiede che le imprese vengano statalizzate e non più affidate ai lavoratori: perde quindi ogni elemento corporativistico o in favore dei lavoratori. Nel 23c gli italiani si mostrano perfino più epliciti dei nazisti nel chiedere una forte censura (dimenticandosi nel frattempo la nascita di mezzi di comunicazione più moderni dei giornali… internet, televisione, mai sentiti?). Dall’articolo 24 è sparito il riferimento al giudaismo (meglio non scoprirsi troppo, anche se Saya è notoriamente vicino ai negazionisti, quanto all’olocausto), ma in compenso non si menziona più la libertà di culto,almeno in parte garantita dai nazisti. E con questo siamo alla fine del manifesto. Ne emergono alcune considerazioni. Primo Saya e compagni sono penosamente privi di fantasia, avendo copiato il 95% del programma hitleriano. Secondo, effettivamente bisogna almeno in questo dare ragione al presidente dell’MSI: non è affatto fascista, è nazista! Io sinceramente preferivo il fascismo, che pur come nemico mi appare più comprensibile in quanto figlio della tradizione democratica. Poi non so, i gusti son gusti…

Concludo con una bella intervista a Saya sul suo rapporto con Scilipoti (altro interessante individuo), tanto per capire il personaggio. A voi il giudizio.

Piazzapulita, 6-10-11: Saya

Aggiungo la recente intervista alle iene, esilarante:

Le Iene – 16 novembre

Flox

Roma, 15 ottobre: discutiamone

Avevo iniziato a scrivere un altro articolo sul 15 ottobre romano, ma forse su certe cose è meglio ragionare a mente fredda. E’ stata una giornata importantissima, che credo ricorderemo per molto tempo. In un momento di mobilitazione globale contro la tirannica finanza e la politica cieca, l’Italia, come sempre, si è distinta: con violenze, roghi, cariche, devastazioni e polemiche.Ora viene il momento delle analisi, della riflessione. Iniziamo dal principio.

Punto primo: l’Italia ha una sua storia politica, sociale e ideologica del tutto particolare, profondamente diversa dal resto d’Europa. In Italia la lotta politica è sempre stata infinitamente più violenta che altrove, dal ’19 in poi. Non si scappa. Nessun altro popolo ha infilato le idee politiche nella canna di un fucile tanto spesso quanto noi: gli arditi del popolo, le occupazioni del ’19-’20, lo squadrismo, le rivolte di Ancona, Parma, Sarzana, la marcia su Roma, la resistenza, il suo tradimento e la sua continuazione clandestina, il terrorismo rosso e nero degli anni ’70 e ’80… e da lì si arriva ad oggi, con Genova in mezzo ad inaugurare il nuovo millennio. Con una storia come questa, veramente ci aspettavamo che non ci sarebbero stati scontri?? Non siamo gli USA, né la Germania, o la Spagna. Siamo in un paese dove i grandi sommovimenti politici sono sempre accompagnati da violenze. E a questo punto mi paiono quantomeno ridicoli tutti coloro che sono caduti dalle nuvole di fronte alle fiamme. Era ovvio che sarebbe successo.

Punto secondo: passiamo alle interpretazioni. Iniziamo con le visioni che stanno dominando il main stream. Versione di destra: come al solito la sinistra provoca odio politico e si trascina dietro i violenti. Versione di centro-sinistra: pochi estremisti esterni al movimento, che non possono avere alcuna legittimazione, hanno rovinato una protesta pacifica. Bene, non sono d’accordo con nessuna delle due. Quella di destra nemmeno la commento; quanto all’altra è sostanzialmente falsa. Gli Indignados sono un movimento estremamente composito, grazie al cielo senza capi e organizzazioni, e come tali comprendono anche chi pensa che sia giusto affidare la propria indignazione ai sampietrini (a proposito, che razza di pietre hanno a Roma, da doverle lanciare con due mani?). La loro partecipazione alla protesta è perfettamente legittima: sono soggetti sociali e politici come gli altri. Il problema sta nel come partecipano, non nel fatto che lo facciano. Quanto alle solite ipotesi di fascisti nascosti, sbirri infiltrati, provocatori e compagnia… mi hanno un po’ stufato. E’ inutile nascondersi dietro queste stupide scuse: le violenze di sabato ci hanno posto un problema che va affrontato. Ci si può schierare pro o contro, ma bisogna discutere, altrimenti non si va avanti. Credo che in questo si sia dimostrato particolarmente perspicace Valentino Parlato nell’editoriale del Manifesto: “Aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati [gli scontri]. Sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile.”

Vediamo ora la questione dell’uso della violenza in sé. Ammettiamo momentaneamente di accettare la violenza come giusto mezzo di lotta politica: in tal caso gli scontri di Roma si sono rivelati un’arma a doppio taglio. Infatti da un lato hanno indubbiamente svolto la loro funzione di sfida allo stato, di rottura rivoluzionaria dell’ordine e possono quindi essere considerati da chi vi ha preso parte un successo dal punto di vista della liberazione individuale e morale; d’altra parte hanno però oscurato completamente le ragioni della protesta. Nei giorni scorsi i mezzi di informazione main stream non hanno dedicato mezza riga ai motivi della lotta degli indignados, concentrandosi soltanto sulle devastazioni: come ha giustamente commentato Infoaut ciò deve essere considerato una sconfitta per tutto il movimento, violenti compresi, “perché dedicare pagine e pagine agli episodi di scontro senza approfondire e raccontare i momenti tranquilli del corteo, o le ragioni della protesta, significa voler dare una rappresentazione strumentale degli eventi. Una rappresentazione, si badi, che non piace né a chi crede che resistere alla polizia sia sbagliato, né a chi pensa sia doveroso”. Inoltre, sempre restando nell’ottica “è giusto essere violenti”, sono stati fatti dei gravi errori tattici: non capisco proprio che senso possa avere dare fuoco ad automobili, che sicuramente non erano suv di ricchi borghesi ma piuttosto utilitarie acquistate con sudore e sacrifici. Gli scontri hanno inoltre avuto l’effetto di provocare una recrudescenza repressiva con la folle proibizione di cortei, la criminale proposta di un “daspo” politico… effettivamente ciò potrebbe anche fungere da motore di altre proteste, staremo a vedere: ci aspetta un lungo autunno. Vengo dunque a quella che secondo me resta la critica fondamentale all’uso della violenza. Ciascuno ha a mio parere il diritto di protestare come gli pare e, se è incazzato, ha anche il diritto di riversare la propria rabbia sullo stato. Tuttavia ciò non toglie che chiunque debba rispettare la libertà degli altri, soprattutto se si tratta di compagni impegnati nella stessa lotta. Ma ciò purtroppo non sempre accade. L’esercitare la violenza priva del diritto di essere pacifici tutti coloro che, per qualche motivo, la violenza la rifiutano: non importa che sia per convinzione ideologica, semplice sentimento, paura o che altro. Penso che questo argomento dovrebbe stare particolarmente a cuore a compagni che, pur con la violenza, lottano sinceramente (non lo metto affatto in dubbio) per la libertà e per un mondo migliore.

Vorrei ora dare un rapido sguardo alla gestione dell’ordine in piazza. Se avessi piena fiducia nello stato e nei suoi organi sarei alquanto imbarazzato da come si sono svolte le cose. Le devastazioni sono avvenute senza il minimo disturbo da parte della polizia, gli agenti sono stati battuti sul campo e scacciati da piazza S. Giovanni, caroselli e idranti hanno avuto il solo effetto di compattare i manifestanti contro le forze dell’ordine, il ripiegamento caotico si è naturalmente concluso con la perdita di un mezzo: voto 2-.

Dunque, concludiamo. La violenza c’è stata, e ci ha posto un problema. Bisogna riconsiderare i mezzi di lotta e gli obiettivi del movimento. E’ inutile fingere che i violenti non ne facciano parte, che non siano anch’essi dei compagni (ah, che bella parola!). E’ necessaria una discussione seria e costruttiva, aperta e plurale, non un rifiuto ma una critica. Sono sicuro che ne saremo capaci.

Flox